Affrontare la sostenibilità e adattarsi al riscaldamento globale attraverso l’agricoltura urbana

Un nuovo studio, pubblicato lo scorso gennaio da un gruppo di studiosi dell’Università di Reims in Francia, prevede l’utilizzo della cosiddetta agricoltura urbana come soluzione per affrontare il riscaldamento globale diminuendo l’effetto isola di calore urbano prodotto e affrontando anche molti altri problemi di sostenibilità urbana, come ad esempio creando nuovi beni comuni, servizi per l’ecosistema, reinventando l’urbanità e miglioramento anche la gestione delle risorse idriche.

Questo articolo esamina il modo in cui la progettazione e la pianificazione dell’ambiente urbano possono promuovere questa soluzione per riconfigurare città più sostenibili e “resilienti”. “Un aspetto cruciale è che la pianificazione urbana” – scrivono nell’articolo gli autori – “dovrebbe evolvere trasformandosi dalla sua tradizionale forma prescrittiva alla pianificazione adattiva. Un punto importante nella pianificazione adattiva è che chiunque sia interessato dovrebbe essere associato al processo decisionale, che richiede il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni che li riguardano”.

Tradizionalmente la pianificazione è vista come uno strumento che prevede a priori l’andamento di un progetto che rimane congelato in un piano di realizzazione; la pianificazione adattiva consiste in un diverso approccio, che considera il cambiamento come una componente inevitabile e vitale, rinunciando all’idea di prevedere completamente a priori il progetto e si concentra invece su come controllarlo e adattarlo per ottenere il miglior risultato possibile.

“Sulla base del loro attuale design, le aree urbane non sono correttamente adattate ai fenomeni di riscaldamento globale.” – spiegano gli autori – “Molti rischi emergenti di riscaldamento globale sono concentrati nelle città, principalmente perché hanno condizioni climatiche specifiche che possono essere incapsulate nella cosiddetta nozione di isola di calore urbana (UHI). Oggi, gli impatti negativi dell’UHI sulle città sono universalmente riconosciuti, ma non è sempre stato così. Fu solo all’inizio del 21° secolo che gli effetti deleteri dell’UHI divennero ovvi, specialmente in relazione al riscaldamento globale. Nel 2003, ad esempio i tassi di mortalità nelle aree urbane dell’Europa occidentale sono aumentati significativamente (+134%) durante un’ondata di calore estivo intenso con temperature costanti di oltre 40° C; questo ed altri episodi analoghi, negli anni successivi, hanno indicato come le città potrebbero divenire inabitabili nel prossimo futuro e di conseguenza, combattere questi effetti, diminuendo la loro intensità o adattandosi a loro, è diventato un problema chiave della politica e nella progettazione e riprogettazione urbana”.

La produzione di calore antropogenico (ovvero quel calore prodotto e concentrato nelle grandi città, da traffico, riscaldamento residenziale e industriale, ecc.), nelle città è più elevata che nelle zone rurali vicine e oltre agli aspetti fisici del paesaggio urbano (ad esempio asfalto o marciapiedi) che contribuiscono ad intrappolare una parte consistente di questo calore, le condizioni meteorologiche (vento, umidità, fattore di vista del cielo, radiazione, precipitazioni, ecc.) determinano anche la formazione di queste “isole di calore urbano”. Il problema dell’UHI sta nella sua portata, che è andata aumentando costantemente negli ultimi decenni a causa del riscaldamento globale ed il punto cruciale, attualmente riconosciuto a livello scientifico, non è quindi quello di sradicare l’UHI – cosa che sarebbe improponibile – ma di ridurne l’entità entro livelli accettabili.

Numerosi studi di modellizzazione dimostrano che un modo più efficiente di ridurre la grandezza dell’UHI consiste nell’aumentare l’albedo delle superfici urbane, ovvero la razione di luce o, più in generale, di radiazione incidente che è riflessa in tutte le direzioni ed indica il potere riflettente di una superficie, o dallo sviluppo di aree ricche di vegetazione. Le foglie delle piante infatti traspirano nell’aria l’acqua che le loro radici attingono dal terreno e questo vapore acqueo ha un effetto di raffreddamento, un fenomeno chiamato evapotraspirazione. Quando la temperatura dell’aria supera i 25 ° C, la maggior parte delle latifoglie in un clima temperato avvia l’evapotraspirazione ed un singolo albero può far evaporare nell’aria fino a 4000 litri di acqua al giorno.

“Giardini urbani, terreni agricoli, alberi da strada e da frutto, parchi e foreste urbane” – concludono gli autori – “possono ridurre la radiazione solare, aumentare l’evapotraspirazione e conseguentemente abbassare le temperature attraverso evapotraspirazione e ombreggiamento.  L’agricoltura urbana appare come un mezzo efficace per affrontare il riscaldamento globale, riducendo ad esempio gli effetti dell’UHI e riducendo i rischi di alluvioni, promuovendo allo stesso tempo le transizioni urbane verso la sostenibilità in molti modi, come la creazione di nuovi beni comuni, servizi ecosistemici, reinventando l’urbanità e incoraggiare la costruzione di comunità,attraverso lo sviluppo di cibo locale. Ha molto senso promuovere lo sviluppo dell’agricoltura urbana in aree interstiziali, aree desolate, aree dismesse di ex siti industriali, tetti, parchi abbandonati ecc., poiché una delle tante sfide che la sostenibilità dovrebbe affrontare è un uso migliore di ciò che è già presente. Per fare ciò, le politiche urbane dovrebbero evolvere dalla tradizionale forma prescrittiva di pianificazione alla pianificazione adattiva, esempi dei quali abbiamo visto nei diversi casi citati in questo articolo. Un punto cruciale nella pianificazione adattiva è che chiunque sia interessato dovrebbe avere un posto nel tavolo delle decisioni”.

Articolo originale: Gardening the City: Addressing Sustainability and Adapting to Global Warming through Urban Agriculture. Environments 2018, 5(3), 38.

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