Nel Microbiota intestinale, un possibile segreto della longevità estrema

Lo studio dei limiti estremi della durata della vita umana e della longevità, può consentire una migliore comprensione di come gli esseri umani possono ritardare o rallentare le più frequenti cause di morbilità legate all’età, una peculiarità mostrata da individui longevi in molte popolazioni. La longevità estrema, in particolare, è un tratto complesso in cui genetica, ambiente e abitudini concorrono a determinare la possibilità di raggiungere 100 o più anni di età.

A causa del suo impatto sul metabolismo e sull’immunologia umana, il microbioma intestinale è stato proposto come possibile fattore determinante dell’invecchiamento in buona salute, che grazie alla conservazione dell’omeostasi dei microbi ospiti può contrastare l’infiammazione, l’alterata permeabilità intestinale e il declino delle facoltà cognitive e della salute.

Ora alcuni ricercatori dell’Università di Bologna, in collaborazione con altri centri di ricerca italiani, con l’obiettivo di approfondire le conoscenze sulla relazione tra il microbiota intestinale e soggetti di elevata longevità, hanno effettuato per la prima volta un’analisi filogenetica del microbiota di questi semi-supercentenari, cioè 105-109 anni, rispetto ad altri adulti, anziani e centenari.

“Abbiamo evidenziato” – scrivono i ricercatori, “la presenza di un nucleo microbiota di taxa batterici simbiotici molto presenti (per lo più appartenenti alle famiglie dominanti di Ruminococcaceae, Lachnospiraceae e Bacteroidaceae), con un’abbondanza cumulativa in diminuzione con l’età. L’invecchiamento è caratterizzato da una crescente abbondanza di specie sottodominanti, nonché da un riarrangiamento nella loro rete di combinazione reciproca. Queste caratteristiche sono mantenute in longevità e longevità estrema, ma sono emerse peculiarità, specialmente nei semi-supercentenari, che descrivono i cambiamenti che, anche accogliendo i batteri opportunisti e alloctoni, potrebbero sostenere il mantenimento della salute durante l’invecchiamento, con un arricchimento e/o una maggiore prevalenza associata ai gruppi in salute”.

Per questo studio sono stati arruolati 24 semi-supercentenari (soggetti tra i 105 e i 109 anni di età) e 15 giovani adulti di età compresa tra 22 e 48 anni (età media 30,5 anni) appartenenti alla stessa area geografica.

Secondo quanto osservato in questo studio, la longevità estrema sembra implicare un’invasione dell’ecosistema intestinale da parte di microrganismi tipici di altre nicchie, come le Mogibacteriaceae e le Synergistaceae, note per essere abbondanti nell’ambiente parodontale. Tuttavia, le persone estremamente longeve sembrano sperimentare anche un parallelo aumento di diversi taxa associati alla buona salute. In particolare, la famiglia Christensenellaceae, che è aumentata in termini sia di abbondanza relativa sia di prevalenza nei centenari e 105+, è un taxon batterico associato alla salute recentemente segnalato e che è stato, in alcuni studi, inversamente correlato all’IMC  e positivamente associato a una funzionalità renale migliorata. Insieme ad Akkermansia e Bifidobacterium, noti anch’essi come essere spesso associati alla vita in buona salute, la cui abbondanza e/o prevalenza è aumentata in modo interessante nei semi-supercentenari, ceppi noti per promuovere l’immunomodulazione, proteggere dall’infiammazione e promuovere una sana metabolizzazione omeostatica, anche la Christensenellaceae potrebbe rappresentare una firma dell’ecosistema di persone estremamente longeve. Inoltre, la famiglia Christensenellaceae è recentemente emersa come componente del microbiota intestinale la cui abbondanza è la più significativamente influenzata dalla genetica ospite, suggerendo un interessante possibile collegamento alla componente ereditabile della longevità umana.

“Non è possibile sapere” – concludono gli autori – “se queste caratteristiche associate alla salute fossero già presenti in età più giovane in questi individui eccezionali e/o che siano in qualche modo legati allo stile di vita passato, a causa della natura trasversale dello studio; solo studi longitudinali, che sarebbero molto difficili da applicare al campo della longevità umana, potrebbero spiegare se questi batteri intestinali sono sempre persi durante l’invecchiamento e riacquistati dai soggetti che riescono a vivere più a lungo o se sono mantenuti attraverso l’invecchiamento e longevità solo da soggetti longevi. Tuttavia, si è tentati di ipotizzare che questi particolari taxa batterici potrebbero essere coinvolti nella creazione di una nuova omeostasi con l’ospite che invecchia, contribuendo così a raggiungere i limiti estremi della vita umana”.

“La longevità” – spiega la ricercatrice Elena Biagi primo autore del lavoro – “è una questione complessa in cui giocano un ruolo chiave la genetica, l’ambiente e il caso, ma anche il microbiota intestinale può rappresentare un tassello importante nel definire come e quanto un essere umano può invecchiare”.

Articolo originale: Gut Microbiota and Extreme Longevity.  Current Biology 26, 1480–1485, June 6, 2016.

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